La Wilderness della Cultura

Questa è una riflessione che ho fatto quando un amico mi ha fatto notare che alcune delle mie foto scattate nella Tuscia sembravano quasi “fatte in Islanda”.

Cosa rappresenta oggi l’Islanda per i fotografi?

L’idea stessa, il concetto, di un paesaggio selvaggio e assolutamente naturale, con scarsa o nulla presenza umana, e violenti fenomeni fisici, dal meteo incostante al vulcanesimo. Si va in Islanda per scattare fotografie che ci ricordano com’era la Terra quand’era giovane, appena formata, con i suoi colori, le atmosfere primordiali, i cieli cupi e gravidi di pioggia o neve. Un mondo vergine, intatto. Una wilderness con appena qualche sprazzo di civiltà: le casette in legno di un villaggio, una strada sterrata, un porticciolo con le barche dei pescatori.


La Tuscia, per chi la conosce, è esattamente l’opposto. Un paesaggio culturale, in cui l’uomo ha plasmato ogni panorama coltivando la terra, abbattendo foreste, edificando casali e splendidi paesini. C’è ancora molta natura, nelle forre soprattutto, ma anche nei boschetti che sopravvivono qua e là, nelle siepi che bordano i campi, nei laghi vulcanici che riflettono i cieli azzurri e raramente adombrati dalle nubi, com’è di rigore nel mite clima mediterraneo, ma l’uomo sembra comunque l’arbitro del paesaggio.


Molta parte d’Italia e molta dell’Europa, almeno quella continentale, appaiono similmente private della loro patina “wild” e conformate alle esigenze della popolazione umana, con fabbriche, città, distese agricole, appena interrotte da qualche riserva naturale, o da scampoli di natura sfuggita alla furia civilizzatrice. Pensiamo ad aree come la Pianura Padana, o alle aree industriali della Germania, o a territori creati grazie al lavoro umano come in Olanda, dove i campi coltivati sono stati strappati al mare con l’impiego di possenti dighe.

Tweet: La Tuscia decisamente non è l’Islanda, ma possiede la stessa forza, la stessa selvaggia seduzione, solo declinata in modi diversi.

Ma c’è una differenza tra le aree industriali a cui ho appena accennato, o comunque totalmente modificate dal “progresso”,  e i comprensori (oramai rari in tutta Europa) come la Tuscia e la Maremma. 


Qui, l’azione dell’uomo si è confrontata con la natura senza tuttavia estirparla, ma cercando una possibile collaborazione, portando alla nascita di un paesaggio dolce ma in cui lo spirito indomito di Madre Terra ancora lo si può percepire e incontrare, come appunto spero dimostrino le mie foto a cui accennavo all’inizio. Io amo chiamarla “Wilderness Culturale”: una civilizzazione antica di migliaia di anni che ha portato alla creazione di ipogei, gallerie, necropoli, castelli, città (a volte poi abbandonate), aree sacre, templi, vie cave. Tutte strutture che si integrano perfettamente con la natura che le accoglie, e che dunque appaiono selvagge e solitarie a loro volta.
E’ un paesaggio antico e naturale insieme, umano e naturale al tempo stesso, ma comunque primitivo, che induce a pensieri sublimi.


No, la Tuscia decisamente non è l’Islanda, ma possiede la stessa forza, la stessa selvaggia seduzione, solo declinata in modi profondamente diversi. Ed è in questo, forse, che risiede davvero la sua bellezza, ed è per questo – anche – che dovremmo salvaguardarla e conservarla per le future generazioni.

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